Come posso recuperare la produttività di un oliveto?

Domanda: Devo recuperare la produttivita’ un oliveto di circa 800 piante in cui la situazione e’ abbastanza complicata.
Praticamente è in stato di abbandono totale da anni e uno dei problemi maggiori è che sono stati tagliati totalmente i rami bassi della vegetazione.
Per stimolare i nuovi ricacci andrebbero fatti tagli al tronco molto grandi, con ripercussioni sulla longevita’ della pianta.
Su una delle aree di circa 3000 mq (150)  venne fatto un tentativo del genere meno di dieci anni fa ma male eseguito.Purtroppo in origine gli olivi vennero pensati a monocono (inizio anni 80) per poi essere totalmente riformati vent’anni dopo e adesso si presentano in precario stato di salute oltre aver ripreso ad allungarsi in altezza.Davvero una capitozzatura generale con l’idea di ripristinale il vaso policonico e’ l’unica possibilita’?Quali sono I rischi che si corrono in termini di salute della pianta?

Risposta:

 

Riportare alla produttività una piantagione di olivo di una trentina di anni, scappata verso l’alto, è possibile con scelte agronomiche e di gestione della chioma diverse.Il compito di dare una risposta univoca sarebbe stato semplificato se fossero stati forniti maggiori dettagli quali: distanze di impianto, cultivar, anni produttivi dall’inizio della piantagione o dopo gli interventi, tipologia di suolo.Gli impianti a monocono sono stati effettuati dopo la gelata del 1985 e ordinariamente con elevate densità di impianto (numero di piante per ettaro), senza tener conto della vigoria delle  cultivar utilizzate: in genere sono state impiantate la cv Frantoio (vigorosa) e la cv Leccino (mediamente vigorosa); nella zona indicata non dovrebbe essere stata inserita la cv Moraiolo, ma forse qualche novità vegetale come l’FS17.

Per le distanze di piantagione ipotizziamo che il numero 150 messo tra parentesi dopo l’indicazione della superficie di prove di intervento sulla chioma indichi il numero di piante assoggettate al taglio: in questo caso ogni pianta disporrebbe di 20 metri quadri, con distanze probabili di 4 metri sulla fila e 5 tra le file, spazio che, per piantagioni intensive specializzate a monocono, è ridotto, molto se tra le cv e presente la cv Frantoio.
Infine il suolo dovrebbe essere in accettabili condizioni di pendenza, poiché il monocono e’ stato studiato per essere raccolto meccanicamente con scuotitori del tronco.
In queste condizioni la capitozzatura appare la soluzione più semplice per risolvere nel breve periodo il problema; non mi avventuro sulle cure alla pianta ed al suolo necessarie per la formazione e gestione del cespuglio che ne deriva e della evoluzione dal cespuglio a vaso policaule; si deve sottolineare che la soluzione cambia il cantiere di raccolta, obbliga ad una raccolta da terra con agevolatori ed ostacola la movimentazione delle reti.
E’ inoltre possibile che, con quelle distanze (4 x 5 m), dopo pochi anni le piante siano obbligate a sfuggire nuovamente verso l’alto riportando l’oliveto alla situazione di partenza, con la necessità di reiterare il ciclo.
Cosa che può essere conveniente secondo il livello di meccanizzazione e sviluppo aziendale. Nell’ipotesi precedente, se fosse necessario reiterare il ciclo, si tratta di valutare il bilancio tra costi assenti o ridotti e mancati ricavi dovuti ai periodi improduttivi.
Tutte ipotesi, naturalmente; se poi la situazione fosse simile a quella ipotizzata, una serie di possibili interventi potrebbe essere proposta, da una capitozzatura con successivo o contemporaneo diradamento e la formazione di un tronco unico sulle piante permanenti e l’utilizzazione produttiva dei cespugli da eliminare; una serie di possibilità da analizzare, anche qui, con “conti alla mano” in relazione alla tipologia aziendale.
Piero Fiorino